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Il Disegno di Legge Aprea al microscopio

by Carlo Avossa last modified 2009-09-06 19:09

Una breve analisi del Ddl ne rivela la natura antidemocratica

La prima cosa che si nota, analizzando il Ddl Aprea, si trova nella premessa.
In essa compare magicamente la citazione dell’art. 33 della Costituzione. E’ istruttivo, appare proprio il caso di dirlo, notare come la destra italiota lo citi solo quando le conviene (“La Repubblica detta le norme generali…”) e non quando non le conviene (scuola privata… “senza oneri per lo Stato”). Come a dire, una Costituzione… elastica!
Poi, invece, è amaro notare come la trasformazione delle scuole in Fondazioni (scuole a capitale misto pubblico/privato, come le Academies inglesi, che stanno fallendo), assunta dal Ddl, fosse in realtà un’idea di Fioroni. Chi, allora, disse che era un’idea di destra, ricevette l’accusa di volere la fine di Prodi. Ecco, oggi, dimostrata una netta continuità di intenti tra la politica di Aprea e quella di Fioroni.
E adesso, pover’uomo?
Ma, tornando all’Aprea, ella cita, come fosse l’ISTAT o il Vangelo, una ricerca della sedicente “Fondazione per la sussidiarietà” (quelli che vogliono più soldi alle private e più privato nella scuola pubblica), in base alla quale si “dimostra” che il 56% degli intervistati auspicherebbe un sistema misto.
Con sprezzo del ridicolo e della serietà, l’Aprea usa cioè una parte in causa, non indipendente, che tira acqua al suo mulino, per dimostrare quel che vuole dimostrare.
Questo ricorda una storiella napoletana secondo la quale non è intelligente chiedere all’acquaiuolo (venditore di acqua) se la sua acqua sia fresca, perché egli vi risponderebbe ovviamente di sì.
Suscita invece sdegno istituzionale e costituzionale l’immagine di scuola pubblica come “gabbia” e la ricetta liberista con la quale si vuole “rompere la gabbia”. Se questa truce definizione della scuola pubblica si accosta con il dettato dell’art. 11, comma 2 del Ddl, che sposta i finanziamenti in base alle scelte delle famiglie, si intravede, in esso, la morte della scuola della Repubblica e la rinuncia dello Stato alla scuola della Costituzione.
In una singolare analisi, poi, la premessa del Ddl attribuisce lo stato di frustrazione degli insegnanti al fatto che il docente “non è capace di una vera responsabilità per i suoi risultati” e non ha carriera. Davvero singolare, quest’insegnante italiano, triste perché non viene licenziato quando se lo meriterebbe. O perché non vede licenziati i suoi colleghi che se lo meriterebbero.
Dietro a questo desiderio di licenziamento dei docenti e dietro al fantomatico totem della carriera, si celano non solo il desiderio di falcidiare il numero di docenti, ma anche un pericoloso darwinismo sociale che vorrebbe la scuola definitivamente trasformata in un’azienda, in un posto dove ognuno vuole o deve competere con l’altro.
Se gli insegnanti saranno così, che valori potranno trasmettere agli alunni? E davvero nel nostro Paese, tra i nostri bambini e ragazzi, c’è bisogno di diffondere (più di quanto non sia) il riflesso animale della competizione?
E non si accorgono, i liberisti dell’ultimissima ora, che mentre criticano i tabù del sindacato, ergono intoccabili totem, come competizione, carriera, meritocrazia, quando la stessa scienza economica ha provato che il liberismo non può funzionare come la “mano invisibile” di Adam Smith?

Il Ddl disegna uno stato giuridico docente paragonabile a quello delle libere professioni. Lo Stato dovrebbe infatti riconoscere libere associazioni professionali da consultare in merito alla didattica ed alla formazione iniziale. Ma quale garanzia democratica potrebbero dare queste associazioni? E quali lo Stato riconosce, quali no e perché?
L’Aprea non lo spiega; forse spera nel ritorno del bel tempo in cui c’erano le corporazioni ed un partito unico sceglieva l’interlocutore, magari costruito ad usum delphini. Se poi oggi i partiti che devono scegliere sono due, forse per l’Aprea va bene lo stesso, basta che non si esageri.
Vengono istituiti Organismi tecnici rappresentativi elettivi (come in un Ordine c’è il Consiglio dell’Ordine), di livello nazionale e regionale. Tale Organismo scrive il codice deontologico, tiene l’albo professionale, esercita potestà disciplinari, che si aggiungono a quelle del Dirigente.
Il docente è sotto schiaffo, e deve obbedienza ad una pluralità di poteri e controlli che ne coartano la libertà. Alla faccia dell’art. 33 della Costituzione.
L’Organismo fa anche proposte su formazione iniziale, reclutamento ed esprime pareri obbligatori sui criteri di valutazione degli Istituti: è una struttura oligarchica corporativa potentissima.
Infine, per “garantire autonomia e libertà” (sic!) è istituita l’area contrattuale della professione docente, che abolisce la Rsu di Istituto ed esclude il personale non docente, che sarà, nella scuola, la categoria di “serie Z”.
L’abolizione della Rappresentanza Sindacale Unitaria di Istituto, organo democratico ed elettivo, è un pericoloso attacco alla democrazia; e, se si vuole la scuola autonoma, non si vede proprio come e perchè i lavoratori debbano rinunciare ad una rappresentanza interna, peraltro riconosciuta nel settore privato.
Particolarmente insidioso un altro argomento che motiva la cancellazione dell’esistenza della Rsu: la negazione della sua funzione di rappresentanza universalista della scuola; per l’Aprea, infatti, l’insegnante non può essere rappresentato da un non docente e viceversa.
La Rsu, inoltre, viene giudicata inutile perché la scuola non ha autonomia contrattuale o gestionale (falso) e perché il dirigente non può licenziare (assurdo).

La carriera del docente all’interno dell’Istituto scolastico viene divisa in tre livelli (iniziale, ordinario, esperto), all’insegna competitiva del divide et impera, con progressioni in base all’anzianità all’interno di uno stesso livello.
Secondo il Ddl il docente esperto si occupa di formazione dei colleghi, di coordinamento, di collaborazione con il Dirigente ed è remunerato con fondi ad hoc che però vengono contingentati mediante la definizione di un tetto massimo nazionale: è evidente il tentativo di creare un’èlite, che verrà probabilmente concentrata nelle scuole “di rango”, contrapposta alle categorie dei docenti di serie B e di serie C.
I docenti iniziali ed ordinari, infatti, verranno valutati secondo il “raggiungimento degli obiettivi predefiniti” e standard e, se la valutazione sarà negativa, non procederanno nella carriera “interna” per anzianità. E’ prevista per questo una commissione di valutazione composta dal Dirigente Scolastico, tre docenti esperti, un rappresentante della Direzione Regionale.
L’avanzamento da iniziale ad ordinario avviene con una selezione per soli titoli; l’avanzamento da ordinario ed esperto avviene mediante un concorso, fermo restando il tetto massimo nazionale.
Poiché il Dirigente è solo un manager, viene creata, per sopperire al vuoto didattico da lui lasciato, una nuova figura sovraordinata, il Vicedirigente, assunto per concorso regionale, che accentua la struttura piramidale della scuola-azienda.

Nelle scuole verranno assunti solo laureati (bene), ma quelli che vorranno entrare nelle scuole superiori dovranno avere nel curriculum degli studi “non più del 25% dei crediti per area pedagogica”. Straordinaria, la paura per la pedagogia che ha l’Aprea! E retrò appare il suo il gusto per il quasi puro sapere disciplinare.
I docenti abilitati in seguito ad esame di Stato, come dei liberi professionisti, dovranno, secondo le intenzioni dell’Aprea, iscriversi nell’apposito albo regionale dei docenti abilitati e poi svolgere in un Istituto scolastico un anno di “applicazione”. Dopo il quale sosterranno una sorta di nuovo esame con la commissione di valutazione di Istituto. Ma attenzione: il precario non viene assunto!
Il superamento dell’anno di applicazione lo rende solo idoneo all’ammissione del Concorso di Istituto, nuovo (e folle) progetto del Ddl: è lecito aspettarsi clientelismo, nepotismo, ed altri mali endemici in Italia, che emergeranno in questo nuovo istituto.

Entro il paradigma della scuola-azienda che fornisce servizi su domanda (un’invenzione della Moratti) si inscrive anche l’assunto in base al quale il Piano dell’Offerta Formativa tiene conto delle richieste delle famiglie.
E si prosegue nello stesso paradigma: le scuole che vogliono trasformarsi in Fondazioni (ma se il sostegno statale diminuirà, saranno obbligate a farlo) devono trovarsi un partner commerciale che parteciperà al governo della Fondazione. Come si diceva, è lo stesso credo di Fioroni, che sta dando pessimi frutti in Inghilterra, perché queste fondazioni falliscono ed il governo inglese le sta chiudendo.
Ma di questo, l’Aprea non se ne cura. Le basta distruggere la scuola della Costituzione, come già aveva provato a fare e le aveva insegnato la Moratti.
Il Dirigente è trasformato in un responsabile delle risorse umane, e la cosa pare incoerente con la premessa, nella quale l’Aprea lamentava il fatto che non si occupasse più della didattica.
La scuola-azienda è, come ci si poteva aspettare, governata da un Consiglio di Amministrazione che determina le sue stesse modalità di elezione.
E questo mostra lo stupefacente concetto di democrazia che ha la destra: nella deregulation, ognuno si fa le leggi che gli convengono. Non è quello che ha insegnato anche Berlusconi?
Il CdA approva il POF, il programma delle attività, il regolamento interno, nomina i docenti esperti ed i membri esterni del nucleo di valutazione. Non esiste più la Giunta Esecutiva, e, alla faccia della democrazia, il CdA è presieduto dal Dirigente, che decide anche convocazione ed Ordine del Giorno.
I sostegni economici statali sono erogati in base a criteri di eccellenza e criteri territoriali: ci aspettiamo di vedere premiate le scuole “per bene” e castigate quelle “per male” ed approfondito il divario tra Istituti di prestigio ed Istituti dei poveri, tra Nord e Sud, tra italiani e migranti.
Bel progetto di società!