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VOTI? NO GRAZIE

by Movimento di autoriforma della scuola — last modified 2009-01-16 00:13

Ai bimbi e alle bimbe, no, i voti non si possono dare. Le maestre lo sanno bene.

Le maestre lo sanno bene. Funziona invece sostenerli nel loro avvicinamento al sapere, scegliendo attentamente le parole, funziona dare orientamenti alle mamme e ai papà e riceverne da loro.
Allora, quando dal ministero arrivano direttive del tutto incompetenti, cosa si fa? Per quieto vivere o per paura, si obbedisce a indicazioni che contrastano profondamente con ciò che si sa fare perché si è insegnanti?
Anche nella scuola media, dove non si può negare la crescente disaffezione da parte delle nuove generazioni, il ritorno al voto è illusorio. Presentarlo come strumento di rigore e chiarezza, di messa in ordine di situazioni “lassiste” o “non controllate”, può infatti illudere quelle persone, insegnanti o genitori, che, in difficoltà nella relazione con ragazzi e ragazze, delegano a una “maggiore severità della scuola” la risoluzione di problematicità legate ad altro.

Chi insegna sa che il voto come “arma di controllo” funzionava quando corrispondeva a un assetto culturale della società e della famiglia fondato sull’indiscutibile autorità paterna; oggi che il mondo, e soprattutto la famiglia, sono profondamente diversi, invece di inchiodare dalla paura, suscita piuttosto sberleffo o indifferenza. Non garantisce “serietà”, non risolve i problemi di apprendimento. Per contro Impoverisce le possibilità di pratiche valutative sensate.
In tutta la scuola di base dire NO ai voti è necessario. Mettiamo all’opera la nostra creatività e fantasia per inventare molteplici forme per farlo, per svuotare di senso una gerarchia basata su premi e punizioni.

Ma non basta. Fino a ieri, abbiamo dovuto contrastare una invadenza valutativa ossessiva: misurare tutto con batterie di test e punteggi. In passato, a forza di mobilitarci e di parlare abbiamo ottenuto qualche ascolto da parte di governi di centro sinistra: è stata ritirata una scheda valutativa particolarmente macchinosa, è stato abolito il famigerato “concorsone”. Oggi si tratta di continuare a pensare e parlare: se è vero che chi fa scuola seriamente sa che classificazioni e classifiche non aiutano esseri umani ad andare avanti in una acquisizione personale del sapere, è pur vero che una cultura della valutazione orientata diversamente è ancora  da eleborare. Questo repentino e improbabile ritorno ai voti apre uno spazio vuoto di cui può approfittare chi insegna per riappropriarsi della parola sulla valutazione
Il senso dell’insegnamento è cambiato. Non è più trasmissione unidirezionale di nozioni dalla cattedra verso i banchi, è diventato scambio relazionale. Bambini e bambine, ragazze e ragazzi ci sono e vogliono esserci con il loro carico di desiderio, di sofferenza, di creatività, di umanità insomma. La soggettività non sopporta metodi standardizzati di valutazione. L’insegnante non è fuori, ma dentro il processo, nella relazione che intrattiene con l’alunno, l’alunna, colleghe e colleghi. É questa l’idea di base da cui partire.

Possiamo costruire dal basso la cultura della valutazione di cui abbiamo bisogno, a partire dalle nostre esperienze, dal racconto di come ci siamo regolati/e nei casi in cui siamo riusciti/e a ottenere risultati. Possiamo creare una comunità, anche via internet ma non solo, per far circolare idee e esperienze, definendo una direzione condivisa, e così sostenere il desiderio personale di dire no ai voti e dire sì a pratiche valutative che davvero aiutino il processo di apprendimento.
 
Vita Cosentino, Cristina Mecenero, Gioconda Pietra
Movimento di autoriforma della scuola