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Equità e efficienza ai tempi di Fioroni

by Mario Piemontese last modified 2008-08-04 11:16

Il 26 ottobre ho partecipato al convegno “Dopo la L. 53/03, dove va la nostra scuola?” organizzato dal CESP di Padova. Quanto segue è la traccia più o meno aggiustata del mio intervento.

Il 26 ottobre ho partecipato al convegno “Dopo la L. 53/03, dove va la nostra scuola?” organizzato dal CESP di Padova. Quanto segue è la traccia più o meno aggiustata del mio intervento.

Introduzione

In questo momento non è facile orientarsi tra i numerosi interventi legislativi riguardanti la scuola che il Governo Prodi e il Ministro Fioroni hanno messo in atto. Diversamente invece il Governo Berlusconi e il Ministro Moratti hanno varato una riforma complessiva dell’intero sistema scolastico molto chiara e di facile interpretazione.

La riforma Moratti non è stata abrogata, ma solo qua e là modificata. È più difficile quindi capire quale sia il progetto complessivo sulla scuola che oggi l’attuale maggioranza vuole realizzare. Se il riferimento non è più il programma elettorale, qual è allora la nuova cornice?

Provare a dare una risposta a questa domanda non è un’impresa banale. Il mio è un tentativo.

Per cercare di venirne a capo ho scelto come riferimenti:

1. Commission staff working document - Accompanying document to the Communication from the Commission to the Council and to the European Parliament - Efficiency and equity in European education and training systems
(08/09/06).

2. Comunicazione della Commissione al Consiglio e al Parlamento Europeo. Efficienza e equità nei sistemi europei di istruzione e formazione.
(08/09/06).

3. Raccomandazione del Parlamento Europeo e del Consiglio relativa a competenze chiave per l’apprendimento permanente
(18/12/06).

4. Un importante documento della Commissione Europea sui sistemi educativi scritto da Nico Hirtt de l’école démotratique
(21/02/07).

5. Risoluzione del Parlamento europeo sull'efficienza e l'equità nei sistemi europei d'istruzione e formazione
(27/09/07).

La scelta dei documenti non è casuale, sono tutti citati, tranne l’ultimo, nell’articolo (4) di Hirtt. La risoluzione del Parlamento Europeo del 27/09/07 non è altro che l’ultimo anello della catena, un atto formale, ma niente di nuovo rispetto agli altri.

A Genova nel novembre 2004 ( La Scuola che vogliamo) per la prima volta ho ascoltato Nico Hirtt. Poi ancora a Milano nel novembre 2006 (La Scuola come l’acqua) e ultimamente a Bologna nel giugno 2007 (Non dovremo ricominciare mica tutto da capo?).

In tutte queste occasioni ho apprezzato molto la sua capacità di esporre chiaramente concetti che apparentemente sembrano complessi. I suoi interventi sono sempre di quelli che ti aprono la mente e allargano l’orizzonte.
Cercherò quindi di collocare quello che sta accadendo oggi in Italia all’interno del quadro europeo.

Efficienza e equità nei sistemi europei di istruzione e formazione

La Commissione sostiene che in tutta Europa viene data ormai un’importanza sempre maggiore al miglioramento dell’efficienza nel settore dell’istruzione e formazione, e sbaglia chi ritiene che efficienza e equità siano obiettivi che si escludono a vicenda. Per evitare che i sistemi di istruzione e formazione riproducano o addirittura accrescano le iniquità esistenti, la Commissione vuole sviluppare politiche in cui equità e efficienza si rafforzino reciprocamente.

Le premesse possono essere anche condivisibili, ma bisogna capire cosa la Commissione intende quando parla di“equità” e “efficienza”.
In Italia la Scuola non veicola mobilità sociale e non permette di superare le disuguaglianze e le disparità. I figli dei professionisti faranno i professionisti e i figli degli operai faranno gli operai. È vero che a scuola in linea di principio ci possono andare tutti/e, nella realtà però questo non accade. La responsabilità non è solo della Scuola, ma anche dello Stato. Studiare costa e non sempre i genitori sono in grado di prevedere per quanto tempo potranno mantenere agli studi i propri figli. Senza adeguate politiche che permettano a tutti/e di raggiungere elevati livelli di istruzione il problema resterà irrisolto.


Quattro sfide per l’educazione

La Commissione dichiara che sono quattro le sfide che l’educazione in Europa deve affrontare: la globalizzazione, la demografia, l’evoluzione del mercato del lavoro e la rivoluzione tecnologica.

La globalizzazione

La Commissione ritiene che l’istruzione e la formazione siano indispensabili per lo sviluppo della competitività delle imprese. D’altra parte però la competizione economica mondiale impone agli Stati Europei la riduzione sia della pressione fiscale che della spesa pubblica.

La leva che muove tutto è sempre lo sviluppo economico, l’obiettivo è sempre quello di Lisbona 2000: l’Europa deve diventare la prima potenza economica del mondo globalizzato.

In Italia le leggi finanziarie degli ultimi anni non hanno fatto altro che prevedere tagli alla spesa pubblica e riduzione per le imprese della pressione fiscale.
In particolare per la scuola la Finanziaria 2007 prevedeva il taglio di 43.000 posti nel 2007 e di 4.000 nel 2008. Per il momento sono stati tagliati “solo” 14.000 posti, ma la finanziaria 2008 prevede il taglio in 3 anni dei restanti 33.000, il taglio di altri 2.000 posti nel 2008 e il blocco del numero degli insegnanti di sostegno, che ultimamente cresceva con la media di 3.000 unità all’anno. Se si aumenta il numero di alunni per classe o si riduce il numero di insegnanti di sostegno, di sicuro si risparmia, ma dequalificando la scuola senza garantire pari opportunità a tutti/e.


La demografia

Secondo la Commissione l’invecchiamento della popolazione europea, se non si interviene, comporterà per l’economia nei prossimi anni una perdita in produttività. Pertanto i lavoratori dovranno rimanere attivi più a lungo e dovrà essere ridotto il tasso di inattività dei giovani elevando il livello della loro professionalità. Maggior cura dovrà esserci nel passaggio dal mondo della scuola a quello del lavoro, senza però prolungare esageratamente la durata degli studi. Tutto deve essere adeguato alle richieste del mercato del lavoro.

In Italia il protocollo sulle pensioni e sul mercato del lavoro, che per il momento è un disegno di legge del Governo non ancora approvato da nessuno dei due rami del Parlamento, di fatto a partire dal 2013 innalza a 61 anni l’età pensionabile con 35 anni di contributi.

Secondo la Commissione l’inattività dei giovani è un costo eccessivo per lo stato sociale e soprattutto determina per l’economia una riduzione della produttività, inoltre espone a rischi di ordine pubblico che devono essere evitati. È necessario esercitare quindi una sorta di controllo sociale nei confronti dei giovani espulsi dalla scuola perché ritenuti incapaci di studiare, e esclusi anche dal mercato del lavoro perché privi di competenze tecnologiche e della capacità di saper imparare a fare un mestiere. La costruzione di recinti permette di non contaminare la società, in particolare la scuola, e in più di garantire quelle competenze minime per svolgere almeno le attività meno qualificate e meno retribuite che offre il mercato del lavoro.

In Italia, soprattutto nei grandi centri metropolitani, la Formazione Professionale rivolta ai giovani tra i 14 e i 18 anni non è altro che un “recinto sociale”. Il secondo canale della Moratti è il tentativo di estendere il “recinto sociale” dai centri di formazione professionale agli istituti professionali o tecnici, e a tutte quelle “agenzie” sul territorio che vogliono offrire servizi analoghi.

L’evoluzione del mercato del lavoro

Secondo la Commissione lo sviluppo della “società della conoscenza” comporterà la progressiva scomparsa dal mercato del lavoro degli impieghi meno qualificati: nel 2010 solo il 15% dei nuovi posti di lavoro sarà accessibile alle persone che hanno solo una scolarizzazione di base. Le previsioni che invece fanno negli Stati Uniti per i prossimi 10 anni, sembrano andare esattamente in direzione opposta: il 70% circa dei nuovi posti di lavoro creati riguarderanno occupazioni che non necessitano di alcuna formazione scolastica, ma solo di una breve formazione iniziale immediatamente spendibile. Il problema è capire cosa si intende per lavoro a bassa qualifica e per scolarizzazione di base.

L’attacco scagliato dalla Moratti al Tempo Pieno nella scuola elementare e al Tempo Prolungato nella scuola media non voleva solo contribuire a diminuire la spesa pubblica riducendo il tempo scuola e il numero di insegnanti , ma anche a scardinare l’idea di apprendimento in “tempi distesi”. Bisogna essere in grado fin da piccoli di imparare un po’ di tutto e velocemente: la formazione su tempi brevi costa meno della formazione su tempi lunghi ed più utile per competere nel mercato del lavoro.

Gli istituti tecnici e professionali sono stati attaccati dalla Moratti allo stesso modo perché non forniscono anche formazione “uso e getta”, ma solo formazione su lungo periodo, lenti quindi per la loro organizzazione ad adeguarsi rapidamente alle sempre nuove richieste del mercato del lavoro.

L’attuale Governo non ha invertito tale tendenza. Per il momento non è stato posto un rimedio reale alla devastazione prodotta da 5 anni di Governo Berlusconi nella scuola elementare e media, ma in più con la Finanziaria 2007 si è avviato un processo di riduzione dell’orario settimanale negli istituti professionali, processo che con la Finanziaria 2008 avanza nella sua realizzazione e che viene esteso anche alle sperimentazioni nei licei.


La rivoluzione delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (TIC)

La Commissione sostiene che i cambiamenti nei sistemi di produzione dovuti all’innovazione tecnologica, implicheranno la necessità per tutti di accedere ad alti livelli di conoscenza. Non è quello che però in pratica sta accadendo.

Le 3 I della Moratti (Internet, Inglese, Impresa) non sono scomparse. L’uso delle nuove tecnologie nella scuola elementare e media continua a sviluppare solo la “competenza digitale”necessaria al semplice utilizzo, ma soprattutto all’acquisto di prodotti tecnologici.

La qualità dell’insegnamento della lingua inglese nella scuola elementare si sta abbassando per effetto del progressivo azzeramento del numero di insegnanti specialisti che è stato avviato dal Governo Berlusconi e che sta proseguendo con il Governo Prodi.

La I di Impresa come vedremo è ancora viva e vegeta.


Competenza e flessibilità

La Commissione sostiene che il mercato del lavoro in continua evoluzione richiede ai lavoratori una flessibilità continua. I sistemi di istruzione formazione devono perciò essere adeguati a tali richieste. Le conoscenze, in questo momento di rapidi cambiamenti, vengono in poco tempo superate, quindi l’attenzione deve essere soprattutto concentrata sullo sviluppo dell’adattabilità dei futuri lavoratori alle diverse situazioni. Indipendentemente da quale posto si occupa all’interno della gerarchia degli impieghi, chiunque dovrà essere in grado di adattare le proprie conoscenze e le proprie competenze per poter rimanere produttivo e impiegabile.

La Commissione ha stabilito quindi quali devono essere le competenze chiave per l’educazione e la formazione permanente: comunicazione nella madrelingua, comunicazione nelle lingue straniere, competenza matematica e competenze di base in scienza e tecnologia, competenza digitale, imparare a imparare, competenze sociali e civiche, spirito di iniziativa e imprenditorialità, consapevolezza ed espressione culturale.

L’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) sostiene che un lavoratore dotato di queste competenze è in grado di adattarsi continuamente da solo alla domanda del mercato del lavoro e ai mezzi di produzione in costante evoluzione. Queste sono le competenze per l’accesso ai nuovi impieghi non qualificati. Quello che accadrà in Europa quindi non sarà particolarmente diverso da quello che accadrà negli Stati Uniti.

Quando la Commissione parla di equità nell’insegnamento si riferisce al fatto che tutti possano avere accesso alle competenze chiave, e non che tutti possano raggiungere un alto livello di istruzione. L’obiettivo è dare a tutti le stesse competenze in modo tale che la concorrenza per l’impiego prevalga e di conseguenza i salari non aumentino.

Chi possiede già le competenze chiave, avendo già raggiunto un buon livello di istruzione, dovrà guardarsi bene da chi nei prossimi anni, pur avendo raggiunto bassi livelli di istruzione, avrà ugualmente accesso alle competenze chiave.

Un sistema di istruzione e formazione è quindi efficiente se è in grado di fornire le competenze chiave ed è equo se in grado di fornire a tutti tali competenze, indipendentemente dal livello di istruzione raggiunto.

In Italia il recente innalzamento dell’obbligo di istruzione prevede che i giovani entro i 16 anni acquisiscano le otto competenze chiave. Contemporaneamente la Finanziaria 2007 ha portato da 15 a 16 anni l’età minima per lavorare. In questo modo al termine del ciclo di istruzione obbligatoria si è pronti per entrare a competere nel mercato del lavoro.

Come si conciliano efficienza ed equità?

La Commissione indica agli Stati il percorso da seguire per fare in modo che i sistemi di istruzione e formazione siano efficienti e equi.
Secondo la commissione è necessario: promuovere la cultura della valutazione, investire nell’insegnamento pre – primario, evitare l’orientamento precoce, rinunciare alla gratuità dell’istruzione terziaria.

Nell’ambito dei sistemi di istruzione e formazione occorre una cultura della valutazione. Efficaci politiche a lungo termine devono basarsi su dati attendibili.

Le prove INVALSI tanto contestate all’epoca della Moratti continuano ad esistere anche nell’epoca Fioroni. Si è passati da una rilevazione universale a una rilevazione campionaria, ma la sostanza non cambia. In oltre la conversione in Legge del Decreto Legge n.147 del 7 settembre prevede in più per l’esame di terza media una prova INVALSI.

La questione della valutazione è strettamente legata all’estensione alle scuole del regime fiscale delle fondazioni. Il sistema di valutazione non farà altro che stilare una classifica delle scuole, quelle in fondo saranno scaricate dallo Stato e potranno sopravvivere solo affidandosi completamente alle donazioni dei privati.

Il Quaderno bianco sulla scuola, pubblicato nel mese di settembre, propone un nuovo modello di determinazione degli organici basato su previsioni fatte rispetto a una serie di dati raccolti. La sperimentazione di tale modello sarà avviato in alcune regioni secondo quanto previsto dalla Finanziaria 2008. L’obiettivo è la razionalizzazione degli organici per risparmiare sulla spesa pubblica.


Garantire a tutti bambini l’accesso ad una buona scuola materna è necessario per il raggiungimento delle competenze chiave.

In Italia da quest’anno, così come previsto dalla Finanziaria 2007, sono partite le sezioni primavera che vanno in parte a colmare la mancanza di asili nido, accogliendo bambini tra i 2 e i 3 anni. Le sezioni primavera esistevano già da tempo nelle scuole materne paritarie. Le nuove sezioni primavera continuano anche adesso ad essere per la maggior parte in mano a privati o enti locali.

Evitare l’orientamento precoce è necessario per il raggiungimento delle competenze chiave, anticipare troppo l’ingresso in una filiera professionale potrebbe compromettere il raggiungimento dell’obbiettivo.

I trienni di qualifica della Moratti vanno esattamente in questa direzione. La Formazione Professionale così com’era per la fascia di età 14 – 16 anni avrebbe compromesso l’acquisizione delle competenze chiave. L’assolvimento dell’obbligo di istruzione anche nei centri di formazione professionale e l’introduzione dei bienni equivalenti escludono la possibilità della realizzazione del biennio unitario. Il divario tra Scuola e Formazione Professionale è ancora molto forte, ma nel tempo l’avvicinamento si realizzerà attraverso la stessa offerta di accesso alle competenze chiave.

Aumentare progressivamente le quote di iscrizione all’università permetterebbe di bilanciare i maggiori investimenti nelle scuole materne, proprio per evitare l’aumento della spesa pubblica e della pressione fiscale. Inoltre per quanto l’Europa necessiti di un po’ più di laureati, il mercato del lavoro non richiede per tutti una formazione di tale livello. L’università dovrà quindi continuare ad essere riservata a pochi.

Le competenze chiave potrebbero essere acquisite anche prima dei 16 anni, per questo la Commissione non insiste sul fatto che si formi un percorso di scuola comune che duri almeno 10 anni. Il confronto politico è quindi tra chi vuole garantire l’equità nell’accesso alle competenze chiave, e chi vuole assicurare la diffusione di un bagaglio di conoscenze e di competenze portatrici della comprensione del mondo.

Standardizzare l’insegnamento vincolandolo alle competenze chiave produce come effetto il mancato sviluppo da parte dei cittadini delle capacità che permettono di modificare il mondo e in particolare la scuola stessa: il sistema si autoalimenta e si conserva. Questa è la miseria degli insegnanti e degli studenti.

Finanziamento dell’istruzione.

La Commissione non fa mai riferimento alla necessità di migliorare le condizioni di lavoro dei docenti e le condizioni di vita degli alunni, in altri termini non si occupa di questioni legate al finanziamento dell’istruzione. Anzi ribadisce che non c’è nessun nesso tra i risultati degli alunni e le risorse erogate alle scuole, oppure che il numero di alunni per classe e la spesa per alunno non hanno effetti sui risultati cognitivi degli studenti. Gli studi fatti da numerosi esperti dimostrano invece che esiste una relazione sistematica positiva tra la numerosità delle classi e il rendimento degli alunni.

Le intenzioni della Commissione sembrano voler portare in altra direzione, cioè verso un sistema misto pubblico – privato, nel quale venga salvaguardata la “libertà di scelta” dei genitori, attraverso l’assegno scolastico. L’idea si basa sul più puro dogma liberale: favorire la qualità attraverso la concorrenza. Una tale organizzazione dei sistemi educativi sarebbe in realtà la strada che porta verso il mercato scolastico, ultima tappa prima di arrivare alla pura e semplice privatizzazione dell’istruzione.

Il sogno di Fioroni è un sistema misto pubblico – privato. Molti sono i segnali che vanno in questa direzione.

Il finanziamento delle scuole paritarie ha registrato quest’anno un salto di “qualità”, il finanziamento previsto per scuole materne ed elementari, è stato esteso a scuole medie e superiori. Il finanziamento delle scuole private c’è sempre stato, ma solo in quelle zone delle Paese dove lo Stato non era presente con sue scuole. Il finanziamento delle scuole medie e superiori non rispetta neppure questo, anche se discutibile, principio.

La stessa possibilità di fare ricorso a soggetti esterni alle scuole, anche privati, per la realizzazione dei corsi di recupero per saldare i debiti formativi nelle scuole superiori contribuisce ad andare in questa direzione.

L’estensione alle scuole del regime fiscale delle fondazione non fa altro che aprire le porte per l’ingresso dei privati.

Anche la politica dei buoni scuola è ormai avviata da anni in molte regioni amministrate sia dal centro- destra (Lombardia) che dal centro – sinistra (Piemonte).


Padova, 26 ottobre 2007

Mario Piemontese