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Lettera aperta di una maestra ai pedagogisti italiani

by Maria Rosaria Cimino — last modified 2009-01-27 08:53

 

 

Questa lettera nasce principalmente da un dubbio che già da qualche anno mi perseguita e che le ultime decisioni sulla scuola hanno notevolmente esasperato: noi operatori e operatrici, teoriche e teorici dell’educazione siamo veramente consapevoli di ciò che, in assenza di qualsiasi controllo democratico, si sta facendo e decidendo sulla scuola? Del disegno di società che si va prefigurando? E questo, ci interessa?

I grembiulini, il 5 in condotta, la bocciatura alle elementari, la riduzione delle ore di lezione, l’aumento progressivo del numero di alunni per classe, il depotenziamento del sostegno ai diversamente abili, la soppressione di interi istituti scolastici, accanto all’inamovibilità dell’insegnamento della religione cattolica ed all’introduzione del maestro unico (termine evocativo di pensiero unico?), mi sembrano elementi più che sufficienti a veicolare un’idea di scuola non più inclusiva ma classista, non più educativa ma autoritaria e omologante, non comunità ma istituzione totale volta al consenso.

Forse sarò un po’ estrema nelle mie deduzioni, ma è netta la sensazione che nella prospettiva emergente la scuola sarà destinata a fornire spessore culturale al compito finora assolto dai mass-media: spegnere ed intorbidire ogni capacità critica, addomesticare il pensiero divergente veicolando disvalori e falsa democrazia.

Non che mi aspetti una levata di scudi dal mondo accademico, da sempre un po’ reticente ad esplicitare il proprio pensiero al di fuori delle aule universitarie, ma mi farebbe piacere sapere cosa dirà, a partire da oggi, chi quotidianamente spiega il senso dell’educazione e le teorie della pedagogia a futuri “improbabili” insegnanti: forse che sarebbe meglio frequentare un corso per conduttore televisivo o, perché no, di esperto di marketing, visto che la scuola del futuro sarà prioritariamente impegnata a reperire fondi e sponsor che ne garantiscano la sopravvivenza?

Sono realmente indignata e, forse, incapace di mantenere la giusta distanza emozionale per una valutazione obiettiva, ma ciò non mi impedisce di pensare che ridurre la complessità dei fenomeni educativi ad un’ottica economicista o meramente normativa non sia una svista, ma una scelta consapevole: l’estrema semplificazione favorisce un approccio minimalista ai problemi e, di conseguenza, l’accettazione di soluzioni a basso grado di elaborazione.

Non dovrebbe essere necessario scomodare Lewin per avere chiara l’idea che la scuola è parte del sistema sociale generale e, come tale, interagisce, condiziona ed è condizionata dal tutto.

Non posso e non voglio “vivere”in una scuola caserma dove il controllo sostituirà la relazione, la repressione il dialogo, il giudizio la valutazione e dove dubbio, critica e memoria non avranno alcun diritto di cittadinanza.

E’ ancora possibile unire specificità e competenze educative per dare insieme un orizzonte di senso a ciò che si va decidendo per tutti noi? Mi auguro di sì.