No invalsi !

PERCHÉ
LE PROVE INVALSI
NON FANNO BENE
ALLA SCUOLA
PUBBLICA?

 

Cosa sono gli INVALSI

Cosa sono gli INVALSI Il Ministero dell’Istruzione ha deciso che gli stu- denti di tutte le classi seconde e quinte delle scuole primarie (il 13 maggio), tutte le classi prime delle scuole medie (il 12 maggio) e le terze in occasione dell’esame di stato e tutte le classi seconde del- le scuole superiori (il 10 maggio) dovranno essere obbligatoriamente sottoposti ad una serie di test. I test sono indifferenziati per fascia (ad esempio nelle superiori saranno gli stessi sia nei licei che nei professionali). I test dovranno verificare le competenze degli studenti in alcuni ambiti (italiano e matematica). I risultati dei test andranno a determinare un “punteggio” assegnato ad ogni istituto scolastico. Quanto più gli studenti di una certa scuola avran- no risposto in maniera corretta, tanto più alta sarà la valutazione di quella scuola. L’agenzia che organizza questo lavoro si chia- ma INVALSI, Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo e di formazione. Per questo i test sono chiamati “prove Invalsi”. Queste prove metteranno a confronto le scuo- le di tutta Italia. Dunque affinché le prove siano considerate attendibili tutte le scuole dovranno partecipare seguendo il “protocollo di sommini- strazione”. In poche parole si devono rispettare una serie di regole altrimenti alcuni dati risulte- rebbero falsati e dunque i dati nel loro comples- so non sarebbero tra loro confrontabili: verrebbe compromessa l’intera attendibilità del processo. Dato che l’Invalsi non ha personale sufficiente per la somministrazione, sono le scuole stesse e i loro insegnanti a dover gestire queste prove, ed anche correggerle. Per questo il Ministero non ha la minima possibilità di raggiungere il suo intento senza l’attiva collaborazione del personale di ogni scuola. Non siamo contrari in linea di principio a che le scuole si dotino di strumenti di valutazione del proprio operato. Il dibattito non è “valutazione sì valutazione no”. Dobbiamo occuparci di “questa” valutazione, attuata da “questo” Ministero. Dob- biamo domandarci come mai un Ministero che ha ridotto sul lastrico la scuola pubblica e soppresso in tre anni 130.000 posti di lavoro, sia oggi tanto impegnato a realizzare una valutazione di massa, investendovi anche risorse non indifferenti. La risposta è semplice: si vuol dividere le scuole in quelle di serie A e di serie B. Dato che le prove Invalsi puntano a questo, siamo contrari al loro svolgimento, e chiediamo a tutte le componenti del mondo della scuola di opporvisi con ogni mez- zo necessario.

Perché le prove INVALSI non fanno bene alla Scuola Pubblica?
Testare il sistema o costruire gerarchie? Se le prove Invalsi avessero il solo fine di “testare” il funziona- mento del sistema scolastico, sarebbero state somministrate “a campione” come oggi avviene con i dati PISA (che confrontano le performance dei sistemi scolastici di vari Paesi), così avremmo un’idea “in generale” sulla qualità dell’istruzione in periferia e in centro città, al Sud o al Nord. Al contrario il Ministero considera la somministra- zione delle prove Invalsi come obbligatoria per ogni scuola. Scuole di serie B, per sempre? Anche in altri Paesi (ad esempio Regno Unito e USA) si utilizzano da tempo test nazionali sistema- tici, finalizzati all’assegnazione di un punteggio ad ogni scuola. E ciò ha prodotto deformazioni di sistema pericolosissime. I genitori sono portati ad iscrivere i figli presso le scuole con più alto punteggio, che dun- que hanno un numero di aspiranti iscritti sovrabbondante. Queste scuole possono così permettersi di selezionare l’utenza in base ai precedenti risultati scolastici degli aspiranti. Si crea così un circo- lo vizioso in base al quale le scuole dichiarate di serie A godono già in partenza di un vantaggio che si replica ad ogni nuova tornata di test. Per le scuole di serie B è difficile uscire dal proprio stato perché sono “costrette” ad accogliere gli stu- denti con più difficoltà “scartati” dalle scuole ad alta valutazione. Una scuola pubblica non discriminante, invece, dovrebbe dare spazio ad una utenza variegata, per non creare scuole ghetto . È vero, in parte oggi questo già avviene, ma la valutazione di scuola darà rigore pseudoscientifico a questa dinamica che lo Stato, invece, dovrebbe attivamente contrastare. I “premi” solo al 25% delle scuole Nei Paesi dove regna la dittatura dei test, le scuole che conseguo- no alti punteggi godono di “premi”, cioé risorse aggiuntive. Che sia questo il fine della Gel- mini è dimostrato dal “progetto sperimentale per la valutazione delle scuole” varato dal Ministero nel novembre scorso e che ha coinvolto, tra le proteste dei genitori, alcune città. Il progetto prevedeva che “alle scuole che si collocano nella fascia più alta della graduatoria (massimo 25% del totale) verrà assegnato un premio di importo significativo (fino ad un massimo di 70.000 euro a scuola in base al numero degli insegnanti) che avrà come vincolo di destinazione la retribuzione del personale effettivamente operante nella scuola nel pe-riodo di sperimentazione”. I premi non incentivano nessun miglioramento. Questi premi non servono ad incentivare alcun miglioramento, dato che il fatto che una scuola sia di “serie B” dipende dal tipo di utenza che la frequenta più che dalla qualità dell’insegna-mento. È noto da tutte le ricerche sociologiche effettuate sull’argomento, che il successo scolastico è direttamente legato alla classe sociale di origine, al capitale culturale familiare, alla solidità del nucleo familiare, al contesto ambientale. Detto in poche parole: una scuola di periferia non ha alcuna possibilità di rivaleggiare, a parità di condizioni, con una scuola del centro città. Una scuola pubblica che vuol garantire pari condizioni di accesso all’istruzione, deve dirigere gli investi-menti e gli “aiuti” non alle scuole “di successo”, perché non ne hanno bisogno ma, al contrario, a quelle con maggiori problematicità. Gli studenti in difficoltà un peso morto La crescente importanza data ai punteggi assegnati ad ogni scuola farà sì che le scuole scoraggeranno tutti gli studenti in difficoltà a proseguire gli studi. Più studenti in difficoltà frequenteranno una de-terminata scuola, infatti, e più il punteggio complessivo di quella scuola sarà penalizzato. Si accentuerà così la tendenza a bocciare o in qualche modo a scoraggiare la permanenza nella scuola. Un sistema scolastico che vuol far crescere l’insieme dei suoi giovani cittadini deve invece incoraggiare le scuole a “tenere” i propri studenti, e a trovare le migliori strategie per assicurare il loro successo scolastico. Nell’ospedale che cura i sani tutti i dottori sono bravissimi Tra i compiti dell’Invalsi c’è an-che quello di suggerire al Mini-stero metodi per differenziare i docenti in base al “merito”. Uno dei modi più semplici, in voga in altri Paesi, è proprio quello di legarlo al successo della propria scuola ed eventualmente della propria classe. I dati infatti rimangono a disposizione delle scuole discriminati classe per classe. Ciò indurrà i docenti ad un atteggiamento ostile nei confronti di tutti gli studenti in difficoltà e li renderà complici della loro rapida esplulsione dalla scuola: la diminuzione del numero di studenti in difficoltà nella propria classe o nella propria scuola, infatti, inciderà direttamente sul proprio livello stipendiale.

test Invalsi in occasione dell’esame di stato di fine ciclo, figuriamoci cosa accadrà quando da quei risultati dipenderanno finanziamenti e stipendi. Esistono competenze e abilità che i test non possono misurare Per loro stessa natura i test tendono a sopravvalutare la nozione più del ragionamento, il dato più del processo. Esistono competenze e abilità che i test non possono misurare, proprio per la loro natura rigida e standardizzata. Non misurano la capacità di riflessione critica, la capacità di esporre il pensiero, il livello di partenza e quello di arrivo, la partecipazione. Misurando solo l’acquisizione di una serie di informazioni settoriali, stimolano una frammentazione della didattica, la sua banalizzazione. Esaltando la performance persona-le mortifica gli sforzi per arrivare alla conoscenza come conquista di gruppo, nata dalla cooperazione più che dalla competizione. Le prove Invalsi sono particolarmente negative nella scuola primaria. Queste prove sono uguali per tutti e tutte, ma nella pratica quotidiana dell’insegnamento invece si è a contatto con i bambini e bambine reali e con le loro profonde diversità di ritmo e modo di apprendi-mento. Il linguaggio delle prove richiede una capacità di concentrazione e comprensione che su-pera quella che riconosciamo nei nostri alunni e alunne. Le insegnanti non hanno mai pensato di organizzare e mettere in pratica verifiche di questo tipo durante l’ anno scolastico. I “concetti” messi in campo e “valutati” provengono da tutti gli indirizzi cognitivi collegati alla disciplina e fanno riferimento a tutto il lavoro svolto ad iniziare dall’anno scolastico precedente e, magari, non ancora affrontato nell’anno scolastico in corso. Il tempo di somministrazione è troppo limitato rispetto alle richieste di applicazione fatte ai bambini e bambine. Lo sforzo mentale che si richiede per passare da un campo cognitivo all’altro, da un concetto ad un altro, esige che una rete connettiva forte e motivante lo contenga e lo sostenga, rendendolo possibile. Il contesto di somministrazione, senza la presenza delle insegnanti di riferimento, comporta una evidente interruzione dell’esperienza scolastica conosciuta, creando in alcuni casi stati di ansia negli alunni e alunne più sensibili. Non potendo o volendo partire dalla conoscenza degli indirizzi didattici specifici seguiti da ogni scuola nella sua originalità, le prove Invalsi si ri-chiamano ad una superiore dimensione tecnica definita dal legislatore. Per l’Invalsi i bambini e le bambine con disabilità, i bambini e le bambine di altra cultura, sono invisibili. Per le insegnanti invece essi sono persone a cui si dedica giorno dopo giorno attenzione perché possano avere le stesse opportunità di tutti e tutte. Queste sono le ragioni che ci spingono a chiedere che i Collegi Docenti decidano, facendo appello all’autonomia, di non prestare collaborazione alle prove Invalsi (sorveglianza, somministrazione, correzione) e di non modificare la programmazione didattica. Chiediamo anche a tutti gli altri organismi collettivi delle scuole di prendere posizione contro: assemblee sindacali ed Rsu, consigli di istituto e di circolo, collettivi e comitati studenteschi, comitati genitori. Se però le condizioni di una determinata scuola non permettono prese di posizione del Collegio Docenti, chiediamo allora agli insegnanti di aiutare i propri studenti a superare le prove Invalsi: in questo modo l’evento potrà rivelarsi un’esperienza utile e magari divertente per gli studenti, invalidandone però nei fatti qualsiasi presunzione di scientificità. Rammentiamo inoltre chela sorveglianza durante le prove non è dovuta, se va oltre le ore previste da contratto, che gli studenti possono rifiutarsi di compilare i test senza alcuna conseguenza disciplinare, e che i genitori possono decidere di tenere a casa i propri figli il giorno dei test. In poche parole al fine di boicottare le prove Invalsi vanno bene tutte le iniziative, basta che siano gestite collettivamente dalle classi. Non avrebbe senso ad esempio che ci fossero solo pochi genitori di una classe a tenere a casa i figli o che in una scuola solo pochi insegnanti si rifiutassero di somministrare i test, perché verrebbero sostituiti da altri e ciò non invaliderebbe i test .Il fine è infatti quello di rendere inservibili i risultati finali. Abbiamo la possibilità come popolo della scuola di infliggere alla Gelmini un’altra sconfitta come quella sulla premialità docente. Questa campagna di boicottaggio è una maniera per gridare: si vuole davvero che migliori la qualità della scuola pubblica?

Allora: basta tagli!