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Una scuola fabbrica di umanità

by Giuseppe Aragno — last modified 2009-07-18 11:29

Tutto comincia 25 anni fa, col terremoto, quando l'Hotel Tricarico si riempie di sfollati: un pugno d'insegnanti trova il coraggio di non chiudere e fa scuola per strada.

Una scuola: fabbrica di umanità

 

Giuseppe Aragno - 21-06-2006

 

L'appuntamento è per le dieci a Bagnoli. Giugno si ricorda di esistere e per la prima volta quest'anno ho proprio caldo, mentre la mia vecchia Panda amaranto sbiadito sbuffa e minaccia di rendere l'anima al Dio dei motori. Trovo da parcheggiare di fronte al rinnovato pontile dell'Ilva e la scuola è lì, davanti al mare e a pagine di storia operaia che mi vengono in mente mentre mi lascio alle spalle la fabbrica che non c'è più.

Non so che m'aspetti con esattezza. Costanza Boccardi, compagna di lotta contro la riforma Moratti, mi ha accennato a una mostra in una scuola che ha radici operaie e, davanti a ciò che resta dell'Ilva mi è parso di incrociare i primi lavoratori socialisti, così come li trovo nelle carte d'archivio della città di fine Ottocento: pattuglie sparute dietro la bandiera rossa, tenute a bada da nugoli di questurini, mentre chiedono al Comune fondi per la refezione scolastica che aiuti a combattere la piaga dell'analfabetismo. Le prime lotte per scuola - mi dico - e sorrido tra me per questa inguaribile deformazione professionale che da anni mi ingarbuglia allegramente passato e presente. Li ho ancora negli occhi i miei operai, quando Costanza mi viene incontro. Un saluto, poche parole, lo stupore un po' amaro per ragazzi di asilo e dell'elementare ospiti di un Istituto per l'Industria e il Commercio - quand'è che ci daranno scuole invece di chiacchiere e becere riforme? - poi entro e mi appassiono. Il "Madonna Assunta" - così si chiama, per un significativo paradosso, questo plesso del 73° Circolo Didattico - è un modello di scuola laica statale, una delle poche in città che adotti il "tempo pieno"; con una didattica alternativa tutta laboratori, ricerca, campi scuola, uscite e incontri sul territorio, non solo ha imparato a dare risposte innovative, adeguate al bisogno di cambiamento espresso da generazioni che si affacciano alla vita, ma ha saputo letteralmente cancellare le insidie della riforma Moratti e la filosofia classista che l'ha partorita. Niente tutor, perciò, e nemmeno l'ombra d'un portfolio.

Gli insegnanti non ci badano - è sempre così quando sono bravi davvero, fanno miracoli e nemmeno lo sanno - ma questo loro "fare scuola" costituisce un modello da esportare. E dirlo fa bene, fa sperare, in una città che giorno dopo giorno si spegne.

- Alle spalle del lavoro che vedi, mi spiega con estrema semplicità Aurora Garra, la memoria storica del Circolo, c'è un lungo percorso.

E' una storia, la sua, che vale la pena di ascoltare. Tutto comincia 25 anni fa, col terremoto, quando l'Hotel Tricarico si riempie di sfollati: un pugno d'insegnanti trova il coraggio di non chiudere e fa scuola per strada. E' un guanto di sfida - ci credono in tanti in quei giorni lontani - lanciato a Freud e alla sua scettica sentenza: esistono tre professioni impossibili, educare, guarire e governare. E' un esperimento, dicono, e si fanno coraggio. Bene. Sono ormai venticinque anni che il plesso della santissima Assunta sperimenta, ma il miracolo è laico e un po' smentisce Freud: è vero, qui a Napoli governare e guarire sono arti impossibili, ma educare si può, benché manchino le cure e il governo. Per strada, nei campi scuola, centinaia di ragazzi del 73° Circolo lo dimostrano ogni giorno, lavorando attorno a un progetto comune che rende concreto il principio della continuità, che sconfigge lo spazio compresso delle strutture asfittiche con la luce di mille colori e la libertà di crescere pensando, che dimostra come qualità ed eccellenza siano figlie di doti individuali che sanno farsi patrimonio collettivo, delle individualità che imparano ad essere comunità. E' il "viaggio di Ulisse" quello che fanno, tutti, dai più piccoli ai più grandi, protagonisti inconsapevoli di un'avventura da pionieri che li pone di fronte ai quattro elementi di Eraclito, all'infanzia matura del nostro pensiero: la terra, l'acqua, il fuoco e l'aria. Per questa via i ragazzi giungono alle sensazioni e si aprono ai sentimenti che dall'incontro degli elementi traggono origine e linfa. E' questa Bagnoli, mi dico, mentre li vedo all'opera, questo sono in fondo la vita e la storia. .

Non usano grembiuli gli alunni di questa scuola, non hanno libri di testo, ma biblioteche di classe, cui si rivolgono con perizia ed amore, e sono per questo appassionati lettori. Quasi nessuno fa "religione" - della cosa suppongo sorrida compiaciuta anche la santissima Assunta - ma ragionano di spiritualità, hanno un rigoroso rispetto delle regole, ma non danno credito cieco all'Autorità.

E' questo il viaggio di Ulisse e ha un fascino irresistibile: pone domande, fornisce risposte, sperimenta, conduce ai confini dell'acqua e della terra, fin dove l'occhio può indagare in cerca di un orizzonte, o guardarsi dentro alla ricerca di limiti. L'orizzonte, punto di incontro, soglia invisibile sulla quale gli elementi si toccano e l'acqua e la terra, mescolandosi, si fanno creta e danno forma a cose e pensieri. Creta, che il fuoco, tenuto in vita dall'aria, asciuga, conserva e rende storia.

E'questo il viaggio che ho davanti. Un viaggio dal quale nessuno resta fuori e nessuno è mai solo: ci sono giorni in cui è la scuola ad andare a casa di un alunno e sempre, ogni giorno, un papà - spesso l'eterno assente - va a scuola e fa il maestro. Ho intorno un mondo: mi incanto al gioco delle parole che liberano la fantasia e si fanno poesia e mi accorgo che è proprio la poesia lo sfondo integratore del viaggio. "Una goccia mi accoglie e racconta la sua storia - ha scritto un ragazzo nella 'stanza dell'acqua' - è un rito, una traccia e subito un magico viaggio. E' un acquerello, è un pittore, è una poesia, è una storia, è la mia storia d'acqua". Qui mi fermo, senza nemmeno provare a cercare formule didattiche; qui mi fermo, lasciando che la magia creata da alunni e insegnanti mi venga incontro passo dopo passo. La magia della vita che balza fuori dai "libroni" in cui i ragazzi riassumono e illustrano il loro coloratissimo lavoro, figlio di un "metodo naturale" e di una interdisciplinarità, che non vuol dire semplicemente apprendere da molte materie, ma "fare", concretamente fare da se stessi le discipline.

Lascio la scuola attraversando per una volta ancora la "stanza dell'acqua", nella quale un gran velo di plastica appeso al soffitto, i ciottoli sparsi a caso sul pavimento e le mille figure sottili d'argento sospese nel vuoto mi fanno stare in apnea: ho sulla testa il "pelo dell'acqua" e sopra mi pare di vedere il cielo. Costanza mi sta parlando delle ricerche che i ragazzi hanno fatto sul Dna del pomodoro, quando mi ritrovo fuori, col mare di fronte, il pontile dell'Ilva e i primi bagnanti sugli scogli neri.

Una scuola come questa merita di essere conosciuta. E' un modello. E' un modo di "riformare dal basso". Berlinguer, Moratti e il neo-promoso Fioroni farebbero bene a venirci: imparerebbero cosa vuol dire fare scuola. E' il solo modo possibile per sperare di governarla.