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Il lato inconscio

by Chiara Zamboni — last modified 2011-04-05 18:36

Un contributo alla discussione sulla sperimentazione della valutazione dei docenti nella scuola

Vorrei portare un contributo alla discussione sulla sperimentazione della valutazione dei docenti nella scuola. Vita Cosentino mi ha chiesto di intervenire e lo faccio volentieri.
Credo che si debba fare molta attenzione al lato inconscio delle istituzioni pubbliche nelle quali si agisce. Le regole, le disposizioni non sono soltanto un nuovo modo di progettare la scuola, ma istituiscono dei dispositivi che hanno effetti sull’animo umano. È in questa chiave che leggo la sperimentazione di valutazione dei docenti.
Vorrei che immaginaste questa sperimentazione come una costruzione simile a quella del panopticon di Bentham, descritto con lucidità da Michel Foucault in Sorvegliare e punire.

Foucault descriveva un carcere la cui specificità era che il prigioniero era visto da numerose finestre, attraverso le quali i carcerieri potevano vederlo, senza che lui potesse vedere loro. Si trattava di una struttura circolare, di cui il prigioniero era al centro.
La disciplina non era data soltanto dalla posizione del corpo, passivo, perché non poteva vedere chi lo vedeva, ma anche dal fatto che era in gioco lo sguardo asimmetrico. Uno sguardo controllante.

Consideriamo ora la posizione del docente che viene giudicato in questa via sperimentale di valutazione.
Anche l’insegnante è al centro di uno sguardo giudicante che si dispone a trecentosessanta gradi rivolto su di lui. Il cerchio è composto dal preside, da una commissione di colleghi, dai genitori e dagli studenti. Sono in posizione giudicante tutte le componenti della scuola, esclusi i bidelli.
L’insegnante si trova passivo a subire lo sguardo altrui, al centro di questo cerchio da dove è guardato e non può guardare.

La struttura dello specchio, quella per la quale ci costituiamo soggetti perché altri ci rivolgono lo sguardo, è anche al fondamento della deriva paranoica: quella per la quale pensiamo che gli altri ci determinino, siano alleati tra loro contro di noi. Noi non abbiamo più relazioni di scambio con loro. Lo sguardo altrui è maligno nei nostri confronti.
Questa deriva paranoica è indotta, nel caso della valutazione dell’insegnante, dal dispositivo stesso che la sperimentazione propone. Una deriva paranoica è patologica. Solo alcuni docenti possono scivolare in quella direzione. Ma è il dispositivo che la induce, per la sua forma a panopticon.

Un provvedimento non va visto solo per quello che dice e per quello che propone come scopi espliciti, ma immaginando le conseguenze d’anima che esso produce sulle donne e uomini che si trovano lo spazio simbolico del lavoro regolato da tale provvedimento. Io penso, immaginandomi in anticipo cosa debba vivere una docente o un docente in quella situazione, che si debba sentire come un essere braccato, prigioniero dello sguardo altrui, senza nessuna possibilità di aprire uno scambio vitale con gli altri con cui lavora regolarmente.

Mi chiedo che cosa sia successo nei quarant’anni che vanno dalla critica dura all’autoritarismo dei prof nel ’68 alla posizione di prigioniero dello sguardo circolare degli altri, che il prof ora occupa in questa sperimentazione voluta dal ministero.
Sicuramente c’ è stato un cambio di civiltà tale che, se nel Novecento comunque la cultura era vista come elemento creativo di tessitura di una società, necessaria per trasmettere uno stile di abitare il mondo e di essere in rapporto agli altri, oggi, in una società che punta all’informazione e alla cancellazione della trasmissione di stile di vita, la cultura e la vita simbolica fanno intralcio. Non sono più di valore.
Così non ha più valore sociale l’insegnante, che è il simbolo di tale cultura. E del resto la critica all’autoritarismo ha cancellato ogni possibilità di pensare come si abbia bisogno di un po’ di fiducia  in qualcuno e dunque di autorità libera per vivere con una ricerca di senso in relazione agli altri.

Penso che proprio in rapporto a questi smottamenti, a queste trasformazioni molto radicali, ma fatte scivolare come una semplice trasformazione delle regole di valutazione, occorre fermarsi e considerare come la struttura del panopticon cancelli la vitalità degli scambi e delle relazioni di fiducia, che pure ci sono nella scuola, ma che diventano invisibili, oppure considerate sullo stesso piano del “volontariato”, niente di importante, un di più che le prof e i prof di buona volontà agiscono indipendentemente dai progetti ministeriali.

E se fosse che rimettessimo al centro queste capacità di guardare ed essere guardati, di ascoltare ed essere ascoltati, come gli elementi primari di scambio, relazione, di vita simbolica? Se mettessimo al centro della scuola la fiducia, come una scommessa, per vedere poi sperimentalmente che cosa succede?

Dubbio

Posted by Giovanni Landolfi at 2011-04-07 12:55
Mi scusi, ma il Panopticon non funzionava mica al contrario: con il controllore al centro e i controllati tutt'intorno?
Grazie
Giovanni L.