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I settori della conoscenza

by redazione — last modified 2010-12-28 18:24

Emendamento sostitutivo del paragrafo “Formazione e conoscenza” del documento “La CGIL che vogliamo”, pagg. 45-46, presentato ai congressi di base di Milano e approdato al Congresso di Rimini della CGIL - maggio 2010.

Emendamento sostitutivo del paragrafo “Formazione e conoscenza” del documento “La CGIL che vogliamo”, pagg. 45-46:

I SETTORI DELLA CONOSCENZA

Ormai da oltre un decennio nei settori della conoscenza sono state messe in atto dai governi, sia a livello nazionale che a livello europeo, politiche miranti alla privatizzazione dell’Istruzione e della Ricerca e alla riduzione in questi ambiti del ruolo dell’intervento dello Stato. Gli effetti di tali politiche sono diversificati settore per settore, ma la causa che li ha generati è sempre la stessa.
  
LA SCUOLA AZIENDA E LA PRECARIZZAZIONE DEL SISTEMA EDUCATIVO

Nella Scuola le politiche di privatizzazione dell’istruzione e di riduzione dell’intervento statale, hanno prodotto un progressivo e inesorabile impoverimento culturale della società italiana che ha colpito in primo luogo le classi popolari, condannate a subire una perdurante esclusione dalle opportunità di mobilità sociale. L’interesse stesso dello sviluppo del Paese, anche in un’ottica capitalista, richiederebbe un innalzamento del livello culturale medio e superiore, ma le scelte che la politica compie e ha compiuto vanno in tutt’altra direzione.
La CGIL ha più volte denunciato e criticato questa situazione, ma in questo lasso di tempo la strategia sindacale adottata in campo scolastico, facendo perno sulla parità e soprattutto sull’autonomia scolastica, si è rivelata inadeguata. Non è riuscita infatti né a contrastare gli attacchi governativi ai sistemi educativi e a coloro che in essi operano, né a garantire standard formativi di qualità. Non è riuscita a costituire un argine alla demolizione della scuola, all’impoverimento culturale, ai fenomeni massicci della selezione e della dispersione scolastica, ma neppure alla progressiva e costante riduzione di migliaia e migliaia di posti di lavoro. In tal senso l’autonomia scolastica si è rivelata e si rivela sempre più l’anello debole che ha consentito e agevolato lo sfacelo; addirittura è diventata uno dei punti di riferimento costanti delle iniziative di legge del centro-destra.
L’autonomia scolastica ha favorito la frammentazione e la divisione tra i lavoratori della scuola, sia docenti che ATA, introducendo forme di gerarchizzazione in nome del perseguimento di obiettivi di qualità mai raggiunti. Attraverso un processo di identificazione dei lavoratori con la scuola-azienda si è prodotta una deleteria competitività tra istituti scolastici e tra lavoratori del medesimo istituto. Tutto questo ha minato l’unità della categoria, che sarebbe stata necessaria in occasione delle lunghe e faticose lotte di questi anni. Non a caso i movimenti di lotta contro la Moratti prima e la Gelmini poi hanno trovato la loro forza e la massima tenuta nella scuola elementare e nella scuola dell’infanzia dove meno hanno inciso e operato i principi differenzialisti dell’autonomia scolastica. In questi più che in altri settori infatti si sono conservate forme organizzative più omogenee e comuni tra scuola e scuola, e si sono mantenute modalità lavorative e prassi educative maggiormente improntate a collaborazione e cooperazione.
L’errore strategico nell’analisi si è accompagnato all’inadeguatezza della programmazione e della conduzione delle lotte. Troppo spesso in questi anni ad analisi puntuali non sono seguite tempestive iniziative di mobilitazione. Troppo spesso le lotte sono state avviate localmente dai movimenti o sono state il frutto di iniziative alle quali è mancato un coordinamento e una direzione da parte di un’organizzazione che avrebbe dovuto non solo seguirle, ma promuoverle. Di fronte al licenziamento di almeno 25.000 lavoratori precari non si è stati in grado di proclamare tempestivamente uno sciopero generale.
La CGIL deve superare questa discrasia evidente tra analisi e iniziativa politico-sindacale, e improntare la sua linea di condotta a una maggior coerenza, anche in occasione della predisposizione di piattaforme per i rinnovi contrattuali, che non veda, ad esempio, da un lato la proclamazione di una lotta dura al precariato, la denuncia dei guasti di una politica di drastica riduzione del personale e contemporaneamente dall’altro l’accettazione di fatto delle riduzioni e dei tagli con la rivendicazione di incrementi salariali a compensazione degli aumenti di carichi di lavoro.
Una categoria come quella della scuola, disgregata e fiaccata dai numerosi attacchi subiti, vilipesa nella sua dignità professionale, sottoposta a devastanti processi di ristrutturazione ha bisogno di un sindacato forte che abbia una strategia di breve e medio periodo, fondata sulla coerenza e la lotta, in cui possa riconoscersi per potersi risollevare.

L’UNIVERSITà MASSACRATA DALLE “RIFORME”

Nell’Università gli interventi legislativi operati nell’ultimo decennio dai governi di centro-destra e di centro - sinistra hanno perseguito fondamentalmente la riduzione del finanziamento pubblico, l’accesso dei privati e il decadimento del livello culturale complessivo.
La riforma Berlinguer-Zecchino, con l’introduzione dei due livelli di laurea (sistema “3+2”) e del sistema dei crediti, ha abbassato notevolmente il livello di preparazione dei laureati, mancando, peraltro, l’obiettivo dichiarato di formare figure professionali specifiche meglio rispondenti alle esigenze delle aziende.
Dall’ultimo rapporto del Comitato Nazionale per la Valutazione del Sistema Universitario (CNVSU) emerge che oltre 4 studenti su 10 sono ripetenti o fuori corso e che 1 studente su 5 abbandona dopo avere frequentato il primo anno. Quindi l’obiettivo di rendere più “produttivo” il sistema è miseramente fallito.
L’obiettivo di creare lauree brevi immediatamente spendibili sul mercato non ha avuto miglior sorte visto che, da una ricerca della Fondazione Almalaurea del 2006, risulta che ben il 79% dei neolaureati di primo livello intervistati aveva intenzione di proseguire gli studi. Le lauree brevi non sono né utili per una formazione di base, né professionalizzanti: per trovare lavoro è spesso indispensabile proseguire gli studi.
Questa riforma, come prevedibile, ha recato vantaggio solo ai baroni: i corsi di studio sono passati da 2.444 ante riforma a 5.734. Il numero degli insegnamenti ha fatto registrare un vero è proprio boom: da 116.182 sono diventati 180.000. Inoltre questo scandalo è stato utilizzato come pretesto dal governo Berlusconi per giustificare tagli pesantissimi e indiscriminati.
Gli interventi dei ministri Moratti prima e Brunetta-Gelmini - Legge n. 133/2008, Legge n. 1/2009 - hanno poi completato l’attacco con l’ulteriore precarizzazione della fascia bassa della docenza e con tagli ai finanziamenti e agli organici tali da portare al virtuale fallimento la maggior parte degli atenei.
La spinta verso forme ibride di privatizzazione vede, per ora, come unico ostacolo la scarsa propensione da parte delle imprese a guardare alle università con un’ottica non parassitaria. Attualmente i privati hanno già un rapporto stretto con le università: commissionano e finanziano ricerche, possono finanziare addirittura delle cattedre, propongono agli studenti stage tendenzialmente non retribuiti, partecipano a fondazioni comuni.
Con la riforma Gelmini i privati e i potentati politici locali, in particolare le regioni, potranno designare il 40% o più dei membri dei nuovi consigli di amministrazione, che saranno i veri organi di governo degli atenei. Gli studenti saranno ammessi con un solo rappresentante, del tutto ininfluente, e il personale tecnico-amministrativo sarà totalmente estromesso.
Finisce quindi la farsa dell’autonomia e del governo democratico delle università, quando studenti e lavoratori partecipavano a CdA e senati accademici in un’ottica corporativa. Coi nuovi vincoli di bilancio e con la presenza dei privati negli organi di governo la casta baronale rinuncerà a parte dei propri poteri subordinandosi al governo, alle regioni, alle principali banche e aziende del territorio.
Le mobilitazioni del 2008 hanno, tra l’altro, mostrato la contraddizione tra la doverosa difesa dell’università pubblica e l’insostenibilità di un sistema baronale sempre più marcio. Proprio in occasione delle mobilitazioni del 2008 si è mostrata tutta la inadeguatezza della strategia sindacale, sbagliando la tempistica degli scioperi e scontando gli errori passati. La CGIL, infatti, ha sostenuto in passato la riforma “Zecchino-Berlinguer”, senza mai aggiornare la sua analisi anche dopo l’evidente fallimento. Non ha voluto portare avanti le parole d’ordine sulla contrattualizzazione e sul ruolo unico della docenza, ma non ha nemmeno saputo proporre delle alternative. Nel pieno del movimento ha discusso delle proposte di riforma insieme ad alcuni esponenti del baronato, senza coinvolgere i tecnici-amministrativi. In sostanza non ha una chiara politica sulle università e non riesce a rappresentare contemporaneamente docenti e tecnici-amministrativi.
Le nostre proposte, oltre all’opposizione verso qualsiasi forma di privatizzazione, devono portare allo scardinamento del baronato, mediante l’approfondimento della riforma del sistema di reclutamento, la contrattualizzazione, l’incompatibilità tra docenza e libera professione, il ruolo unico della docenza, abolendo le attuali distinzioni tra “feudatari”, “vassalli” e “valvassini”, nonché le odiose forme di precariato.
Il personale tecnico-amministrativo, il peggio pagato di tutte le categorie ministeriali, deve poi essere sostenuto nelle sue rivendicazioni di recupero di potere d’acquisto e di piena indipendenza dell’esercizio delle funzioni amministrative che attualmente vedono molte sovrapposizioni con ruoli ricoperti dai docenti. è indispensabile una distinzione tra la quota di Fondo per il Funzionamento Ordinario (FFO) destinata ai docenti e quella destinata a tecnici-amministrativi, fino a quando ciò non avverrà, gli automatismi salariali dei primi continueranno a ridurre la massa salariale dei secondi
Una parte consistente delle future battaglie sarà, in realtà, condivisa con tutto il resto del pubblico impiego, e sarà finalizzata alla lotta per l’abrogazione della riforma Brunetta – Legge n. 15/2009. Per questo motivo è assolutamente necessario coordinare tutte le realtà del pubblico impiego. Le categorie interessate dovranno adoperarsi per coordinare a livello nazionale tutte le azioni di lotta contro la legge Brunetta.
Dobbiamo promuovere la costruzione di un fronte unico per l’autoriforma dell’università che unisca nelle mobilitazioni tecnici-amministrativi, studenti e i pochi settori sensibili della docenza, con una duplice parola d’ordine: “Difesa e sviluppo dell’università pubblica – Scardinamento del baronato”.

LA RICERCA UMILIATA

Analoga situazione si registra per gli Enti di Ricerca, in cui la precarizzazione selvaggia unita all’assenza di un piano strategico di rilancio economico - da Berlinguer a Moratti, Mussi e Gelmini - ha provocato la sostanziale paralisi della ricerca pubblica in Italia, affidandola al solo senso di abnegazione dei lavoratori.
Il progetto complessivo di privatizzazione che riguarda Scuola ed Università investe in pieno anche gli Enti di Ricerca con accorpamenti, semplificazioni, esternalizzazioni, diminuzione di personale attraverso il blocco del turn-over  per effetto della Legge n. 133/2008, e le sue norme “ammazza - precari” che impediscono assunzioni e  stabilizzazioni, con la conseguente “fuga dei cervelli”. Gli Enti svuotati di risorse economiche e tecniche sono giunti al limite della sopravvivenza se non al collasso totale. Il governo sta consegnando le chiavi dell’innovazione tecnologica  alla sola ricerca privata, asservita alle logiche di mercato, tesa a massimizzare i profitti dell’imprenditore e diminuire i costi del lavoro. A ciò và aggiunto che al di là di alcune realtà di nicchia, alla luce del tipo di tessuto industriale italiano e della crisi in atto sono ben poche le Società che hanno la mentalità e i fondi da investire in ricerca ed innovazione tecnologica.
A tutto questo il Sindacato non ha dato risposte adeguate alla posta in gioco. Nello sforzo continuo di annullare qualsiasi ipotesi che potesse accomunarlo alla difesa ideologica del “pubblico impiego”, si è trascinato dal balbettio alla totale immobilità, adagiato supinamente alla mentalità, questa sì ideologica e strumentale, della controparte governativa e del blocco economico-finanziario che la sostiene.
Rivendichiamo la centralità della ricerca e dell’innovazione tecnologica come leva centrale della crescita culturale, sociale ed economica di un paese contro chi ha solo da proporre l’“abbattimento del costo del lavoro”. Vogliamo che la ricerca sia pubblica, utile alle popolazioni più che alle multinazionali, e che venga dedicata ad essa, così come a Scuola e Università, una parte consistente del PIL. E’ inoltre necessario terminare definitivamente le stabilizzazioni residue ancora pendenti in tutti gli Enti  di Ricerca Scuole ed Università, inchiodando parallelamente tutte le Amministrazioni  a costruire percorsi di assunzione per quelli attualmente non stabilizzabili,  favorendo la piena integrazione di tutte le forme di lavoro atipico o a tempo determinato fino ad oggi erroneamente considerati non funzionali alla vita degli Enti, rendendole organiche ai processi produttivi, alle indagini, alle  ricerche, liberandole così  dai condizionamenti riflessi subordinati alla necessità dei lavoratori di sottostare al ricatto ciclico di continue riassunzioni, obbligando contemporaneamente gli Enti, Scuole ed  Università a nuove assunzioni unicamente attraverso contrati di lavoro subordinato continuativo a tempo indeterminato.
Così sul fronte delle progressioni di carriera occorre contrastare la visione strettamente meritocratica di queste, rivendicando invece la necessità di creare percorsi certi per le progressioni legati in maniera preponderante all’anzianità di servizio.
Dobbiamo estendere il fronte unico di autoriforma universitaria anche al riordino degli Enti, con un programma condiviso da tutti i lavoratori che possa dare alla ricerca pubblica di base nel nostro paese, maggior assicurazione di autentica democraticità.