XVI CONGRESSO
Roma,
2008-02-09
Comparti della conoscenza: un futuro da conquistare
Documento politico alternativo di categoria, presentato al Direttivo nazionale FLC dai sostenitori della mozione 2 "La CGIL che vogliamo" in apertura dei lavori congressuali - dicembre 2009.
COMPARTI DELLA CONOSCENZA: UN FUTURO DA CONQUISTARE
PREMESSA
La produzione di beni immateriali - informazione, conoscenza, comunicazione - è già oggi, e lo sarà ancor più in futuro, elemento fondante del meccanismo di accumulazione del capitale, e leva strategica per decidere qualità e posizionamento dei sistemi economici, tanto che nel mondo contemporaneo la conoscenza si presenta come la più importante risorsa per lo sviluppo sociale ed economico. I nuovi modelli di organizzazione del lavoro e della produzione di merci e servizi determinano ormai da più di un decennio una trasformazione strutturale del lavoro concreto, e del ruolo del sapere nella prestazione lavorativa; attualmente si calcola che il 60% dei lavoratori è impiegato in attività che implicano in senso lato produzione e trasmissione di sapere: sono cioè lavoratori della conoscenza, intesa nella sua forma generica, e tuttavia pervasiva dell'attività economica.
La necessità di formazione è la premessa per acquisire autonomia e professionalità nei luoghi di lavoro, una prospettiva che si rivela imprescindibile dalla ricerca di nuovi modelli di organizzazione del lavoro in grado di intervenire sulle forme di estraniazione che lacerano il rapporto tra lavoro e soggettività.
La conoscenza costituisce quindi uno straordinario veicolo di libertà ed emancipazione, di promozione sociale, di scelta consapevole dei destini individuali e collettivi. Essa è, per sua natura intrinseca, un bene pubblico e collettivo.
La conoscenza è un oggetto il cui consumo non determina il venir meno dell’oggetto stesso bensì, al contrario, ne determina la moltiplicazione e l’accrescimento. Di qui il suo statuto peculiare che ne rende impossibile l’assimilazione alle merci ordinarie.
Il conflitto tra chi ritiene che la conoscenza sia un bene comune e ha tutto l'interesse al suo sviluppo, produzione, diffusione, e chi tenta invece di ricondurla a forme di privatizzazione e di controllo proprietario, rappresenta oggi uno dei punti più alti ed emblematici della moderna forma di conflitto sociale. La sua riduzione a merce si realizza attraverso norme e leggi finalizzate alla proprietà esclusiva del sapere, attraverso meccanismi di esclusione dall'accesso ai sistemi di istruzione, attraverso la riduzione della qualità e quantità di offerta formativa, attraverso la privatizzazione delle Istituzioni pubbliche preposte, attraverso la riduzione dei finanziamenti e degli ambiti di libertà di insegnamento e ricerca.
Gli esiti di questo conflitto costituiscono un elemento dirimente della definizione dei diritti di cittadinanza e della loro esigibilità. Al tempo stesso, essi definiscono in modo decisivo gli ambiti della democrazia e delle possibilità del suo sviluppo nel nostro Paese.
IL CONTESTO
Da più di quindici anni nei settori della conoscenza i governi hanno messo in atto, sia a livello nazionale che a livello europeo, politiche miranti alla privatizzazione dell’Istruzione e della Ricerca e alla riduzione in questi ambiti del ruolo dell’intervento dello Stato. Gli effetti di tali politiche sono diversificati settore per settore, ma la causa che li ha generati è sempre la stessa: l’Istruzione si sta trasformando da diritto in servizio a domanda.
Da ciò discende che lo Stato per risparmiare sulla spesa pubblica offrirà solo un servizio minimo, di livello inferiore a quello offerto oggi, mentre tutto il resto sarà a pagamento. L’obiettivo è la realizzazione di un sistema di Istruzione misto pubblico - privato dove gli enti accreditati, siano essi pubblici o privati, dovranno rispettare standard minimi e offrire a pagamento servizi facoltativi e opzionali.
Parallelamente la Ricerca pubblica è stata svuotata di risorse economiche e tecniche per lasciare spazio a quella privata asservita esclusivamente alle logiche di mercato.
È necessario quindi che la FLC e la CGIL intensifichino la loro azione di contrasto alla realizzazione di tali progetti, coinvolgendo non solo i lavoratori dei settori della conoscenza, ma anche quelli di tutte le altre categorie, per difendere da questo attacco l’Istruzione statale e la Ricerca pubblica e garantire i diritti di cittadinanza e l’acquisizione consapevole dei saperi visti come aspetti del processo di crescita e di apprendimento permanente, con un’attenzione costante all’interazione ed all’educazione interculturale, che si caratterizza come riconoscimento e valorizzazione delle diversità di qualsiasi tipo. In questo senso la confederalità assume il significato e la dimensione sua propria: coniugare i fondamentali interessi generali dei cittadini con quelli parimente importanti dei lavoratori.
Anche a fronte dei recenti accordi separati la conquista di una piena democrazia sindacale è sempre più urgente. In tal senso è indispensabile una norma sulla rappresentatività e sulla democrazia nei luoghi di lavoro e per quanto riguarda la FLC è necessario ribadire che piattaforme contrattuali e accordi sottoscritti debbano essere sottoposti al voto delle lavoratrici e dei lavoratori.
DIRITTO ALLO STUDIO
Alla luce degli attacchi che negli ultimi 15 anni sono stati portati al diritto allo studio, la FLC deve impegnarsi affinché sia riconosciuto a tutti il diritto all’istruzione e garantito a questo scopo la frequenza gratuita delle Scuole Statali.
Riteniamo che lo Stato debba promuovere e incentivare l’accesso ai saperi ed al mondo della cultura e pertanto assicurare al Sistema di Istruzione Statale risorse adeguate, destinando a questo scopo almeno il 6% del prodotto interno lordo. Tali risorse dovranno garantire: la gratuità della frequenza, dei libri di testo e del trasporto scolastico per gli alunni delle Scuole Statali, l’apertura di Nidi e Scuole d’Infanzia sulla base delle richieste dei genitori; l’attivazione di corsi per l’Educazione degli Adulti, lo stanziamento di fondi espressamente destinati al diritto allo studio universitario.
La FLC deve contrastare decisamente ogni forma di finanziamento pubblico alle scuole private, secondo il dettato costituzionale.
SCUOLA
Nella Scuola le politiche di privatizzazione dell’istruzione e di riduzione dell’intervento statale, hanno prodotto un progressivo e inesorabile impoverimento culturale della società italiana, che ha colpito in primo luogo le classi popolari, condannate a subire una perdurante esclusione dalle opportunità di mobilità sociale. L’interesse stesso dello sviluppo del Paese, anche in un’ottica capitalista, richiederebbe un innalzamento del livello culturale medio e superiore, ma le scelte che la politica compie e ha compiuto vanno in tutt’altra direzione.
La FLC ha più volte denunciato e criticato questa situazione, ma in questo lasso di tempo la strategia sindacale adottata in campo scolastico, facendo perno sulla parità e soprattutto sull’autonomia scolastica, si è rivelata inadeguata. Non è riuscita infatti né a contrastare gli attacchi governativi ai sistemi educativi e a coloro che in essi operano, né a garantire standard formativi di qualità. Non è riuscita a costituire un argine alla demolizione della scuola, all’impoverimento culturale, ai fenomeni massicci della selezione e della dispersione scolastica, ma neppure alla progressiva e costante riduzione di migliaia e migliaia di posti di lavoro. In tal senso l’autonomia scolastica si è rivelata e si rivela sempre più l’anello debole che ha consentito e agevolato lo sfacelo; addirittura è diventata uno dei punti di riferimento costanti delle iniziative di legge del centro-destra.
L’errore strategico nell’analisi si è accompagnato all’inadeguatezza della programmazione e della conduzione delle lotte. Troppo spesso in questi anni ad analisi puntuali non sono seguite tempestive iniziative di mobilitazione. Troppo spesso le lotte sono state avviate localmente dai movimenti o sono state il frutto di iniziative alle quali è mancato un coordinamento e una direzione da parte di un’organizzazione che avrebbe dovuto non solo seguirle, ma promuoverle. Ancora oggi si registra drammaticamente un’imbarazzante paralisi della FLC, che di fronte al licenziamento di almeno 25.000 lavoratori precari non è stata in grado di proclamare tempestivamente uno sciopero generale.
La CGIL deve superare questa discrasia evidente tra analisi e iniziativa politico-sindacale, e improntare la sua linea di condotta a una maggior coerenza, anche in occasione della predisposizione di piattaforme per i rinnovi contrattuali, che non veda, ad esempio, da un lato la proclamazione di una lotta dura al precariato, la denuncia dei guasti di una politica di drastica riduzione del personale e contemporaneamente dall’altro l’accettazione di fatto delle riduzioni e dei tagli con la rivendicazione di incrementi salariali a compensazione degli aumenti di carichi di lavoro.
Una categoria come quella della scuola, disgregata e fiaccata dai numerosi attacchi subiti, vilipesa nella sua dignità professionale, sottoposta a devastanti processi di ristrutturazione ha bisogno di un sindacato forte che abbia una strategia di breve e medio periodo, fondata sulla coerenza e la lotta, in cui possa riconoscersi per potersi risollevare.
NIDI E SCUOLE D’INFANZIA
Riteniamo che il Nido d’Infanzia, essendo un servizio educativo e sociale di interesse pubblico, debba essere garantito dallo Stato, dalle Regioni e dai Comuni, ed essere rivolto alla collettività e non considerato tra i servizi pubblici a domanda individuale.
Nella Scuola dell’Infanzia va contrastata la pratica dell’anticipo, così come l’apertura di “sezioni primavera” per le quali non sia comprovata l’adeguatezza delle strutture e degli organici assegnati.
Troppo spesso negli ultimi anni la FLC ha accettato che un dovere dello Stato venisse assolto in modo spesso inadeguato dagli enti locali e dai privati (cooperative sociali, società di servizi, aziende…), non contrastando adeguatamente la dequalificazione dei servizi all’infanzia, non pretendendo la verifica della professionalità degli educatori, e non ostacolando evidenti disparità di trattamento economico tra il personale educante.
FORMAZIONE PROFESSIONALE
L’obbligo di istruzione a 16 anni deve essere trasformato in obbligo scolastico a 18, deve cioè essere esteso e assolto solo a scuola e non frequentando percorsi di formazione professionale o integrati di istruzione e formazione professionale. Accordi come quello del marzo 2009 tra MIUR e Regione Lombardia a proposito di un’offerta integrata tra istruzione professionale statale e formazione professionale regionale sono infatti da rigettare perché mettono in discussione il sistema di istruzione nazionale e aprono la strada al federalismo scolastico. La collocazione della Formazione professionale va quindi posta nel settore della formazione di secondo livello: post-diploma, post-laurea, formazione continua e riqualificazione professionale. La Formazione professionale non deve interferire con la scuola a cui compete la fascia dell’obbligo, così come scuola e università non devono interferire con il settore della formazione professionale nella fascia del post-obbligo.
UNIVERSITA’
Nell’Università gli interventi legislativi operati nell’ultimo decennio dai governi di centro-destra e di centro-sinistra hanno perseguito fondamentalmente la riduzione del finanziamento pubblico, l’accesso dei privati e il decadimento del livello culturale complessivo.
La riforma Berlinguer-Zecchino, con l’introduzione dei due livelli di laurea (sistema “3+2”) e del sistema dei crediti, ha abbassato notevolmente il livello di preparazione dei laureati, mancando, peraltro, l’obiettivo dichiarato di formare figure professionali specifiche meglio rispondenti alle esigenze delle aziende.
Dall’ultimo rapporto del Comitato Nazionale per la Valutazione del Sistema Universitario (CNVSU) emerge che oltre 4 studenti su 10 sono ripetenti o fuori corso e che 1 studente su 5 abbandona dopo avere frequentato il primo anno. Quindi l’obiettivo di rendere più ‘’produttivo’’ il sistema è miseramente fallito.
L’obiettivo di creare lauree brevi immediatamente spendibili sul mercato non ha avuto miglior sorte visto che, da una ricerca della Fondazione Almalaurea del 2006, risulta che ben il 79% dei neolaureati di primo livello intervistati aveva intenzione di proseguire gli studi. Le lauree brevi non sono né utili per una formazione di base, né professionalizzanti: per trovare lavoro è spesso indispensabile proseguire gli studi.
Questa riforma, come prevedibile, ha recato vantaggio solo ai baroni: i corsi di studio sono passati da 2.444 ante riforma a 5.734. Il numero degli insegnamenti ha fatto registrare un vero è proprio boom: da 116.182 sono diventati 180.000. Inoltre questo scandalo è stato utilizzato come pretesto dal governo Berlusconi per giustificare tagli pesantissimi e indiscriminati.
Gli interventi dei ministri Moratti prima e Brunetta-Gelmini – Legge n. 133/2008, Legge n. 1/2009 – hanno poi completato l’attacco con l’ulteriore precarizzazione della fascia bassa della docenza e con tagli ai finanziamenti e agli organici tali da portare al virtuale fallimento la maggior parte degli atenei.
La spinta verso forme ibride di privatizzazione vede, per ora, come unico ostacolo la scarsa propensione da parte delle imprese a guardare alle università con un’ottica non parassitaria. Attualmente i privati hanno già un rapporto stretto con le università: commissionano e finanziano ricerche, possono finanziare addirittura delle cattedre, propongono agli studenti stage tendenzialmente non retribuiti, partecipano a fondazioni comuni.
Con la riforma Gelmini i privati e i potentati politici locali, in particolare le regioni, potranno designare il 40% o più dei membri dei nuovi consigli di amministrazione, che saranno i veri organi di governo degli atenei. Gli studenti saranno ammessi con un solo rappresentante, del tutto ininfluente, e il personale tecnico-amministrativo sarà totalmente estromesso.
Finisce quindi la farsa dell’autonomia e del governo democratico delle università, quando studenti e lavoratori partecipavano a CdA e senati accademici in un’ottica corporativa. Coi nuovi vincoli di bilancio e con la presenza dei privati negli organi di governo la casta baronale rinuncerà a parte dei propri poteri subordinandosi al governo, alle regioni, alle principali banche e aziende del territorio.
Le mobilitazioni del 2008 hanno, tra l’altro, mostrato la contraddizione tra la doverosa difesa dell’università pubblica e l’insostenibilità di un sistema baronale sempre più vergognoso. Proprio in occasione delle mobilitazioni del 2008 la FLC ha mostrato tutta la sua inadeguatezza, sbagliando la tempistica degli scioperi e scontando i suoi errori passati. La FLC, infatti, ha sostenuto in passato la riforma “Zecchino-Berlinguer”, senza mai aggiornare la sua analisi anche dopo l’evidente fallimento. Non è stata in grado di portare avanti con linearità le parole d’ordine sulla contrattualizzazione e sul ruolo unico della docenza, ma non ha nemmeno saputo proporre delle alternative. Nel pieno del movimento ha discusso delle proposte di riforma insieme ad alcuni esponenti del baronato, senza coinvolgere i tecnici-amministrativi. La FLC non ha una chiara politica sulle università e non riesce a rappresentare contemporaneamente docenti e tecnici-amministrativi.
Una nuova strategia sindacale, oltre all’opposizione verso qualsiasi forma di privatizzazione, deve portare allo scardinamento del baronato, mediante l’approfondimento della riforma del sistema di reclutamento, la contrattualizzazione, l’incompatibilità tra docenza e libera professione, il ruolo unico della docenza, abolendo le attuali distinzioni tra “feudatari”, “vassalli” e “valvassini”, nonché le odiose forme di precariato.
Il personale tecnico-amministrativo, il peggio pagato di tutte le categorie ministeriali, deve poi essere sostenuto nelle sue rivendicazioni di recupero di potere d’acquisto e di piena indipendenza dell’esercizio delle funzioni amministrative che attualmente vedono molte sovrapposizioni con ruoli ricoperti dai docenti. E’ indispensabile una distinzione tra la quota di Fondo per il Funzionamento Ordinario (FFO) destinata ai docenti e quella destinata a tecnici-amministrativi, fino a quando ciò non avverrà, gli automatismi salariali dei primi continueranno a ridurre la massa salariale dei secondi.
Una parte consistente delle future battaglie sarà, in realtà, condivisa con tutto il resto del pubblico impiego, e sarà finalizzata alla lotta per l’abrogazione della riforma Brunetta – Legge n. 15/2009. Per questo motivo è assolutamente necessario coordinare tutte le realtà del pubblico impiego. Le categorie interessate dovranno adoperarsi per coordinare a livello nazionale tutte le azioni di lotta contro la legge Brunetta.
Dobbiamo promuovere la costruzione di un fronte unico per l’autoriforma dell’università che unisca nelle mobilitazioni tecnici-amministrativi, studenti e i pochi settori sensibili della docenza, con una duplice parola d’ordine: “Difesa e sviluppo dell’università pubblica – Scardinamento del baronato”.
RICERCA
Analoga situazione si registra per gli Enti di Ricerca, in cui la precarizzazione selvaggia unita all’assenza di un piano strategico di rilancio economico – da Berlinguer a Moratti, Mussi e Gelmini – ha provocato la sostanziale paralisi della ricerca pubblica in Italia, affidandola al solo senso di abnegazione dei lavoratori.
Il progetto complessivo di privatizzazione che riguarda Scuola ed Università investe in pieno anche gli Enti di Ricerca, con accorpamenti, semplificazioni, esternalizzazioni, diminuzione di personale attraverso il blocco del turn-over per effetto della Legge n. 133/2008, e le sue norme “ammazza-precari” che impediscono assunzioni e stabilizzazioni, e determinano conseguentemente “fuga dei cervelli“. Gli Enti, svuotati di risorse economiche e tecniche, sono giunti al limite della sopravvivenza se non al collasso totale. Il governo sta consegnando le chiavi dell’innovazione tecnologica alla sola ricerca privata, asservita alle logiche di mercato, tesa a massimizzare i profitti dell’imprenditore e a diminuire i costi del lavoro. A ciò và aggiunto che al di là di alcune realtà di nicchia, alla luce del tipo di tessuto industriale italiano e della crisi in atto, sono ben poche le Società che hanno la mentalità e i fondi da investire in ricerca ed innovazione tecnologica.
In questo quadro, finora il Sindacato non ha dato risposte adeguate alla posta in gioco. Nello sforzo continuo di annullare qualsiasi ipotesi che potesse accomunarlo alla difesa ideologica del “pubblico impiego”, si è trascinato dal balbettio alla totale immobilità, adagiato supinamente alla mentalità, questa sì ideologica e strumentale, della controparte governativa e del blocco economico-finanziario che la sostiene.
La FLC deve rivendicare la centralità della ricerca e dell’innovazione tecnologica come leva centrale della crescita culturale, sociale ed economica di un paese contro chi ha solo da proporre l’“abbattimento del costo del lavoro”. Vogliamo che la ricerca sia pubblica, utile alle popolazioni più che alle multinazionali, e che venga destinata ad essa, così come a Scuola e Università, una parte consistente del PIL. E’ inoltre necessario terminare definitivamente le stabilizzazioni residue ancora pendenti in tutti gli Enti di Ricerca, Scuole ed Università. Parallelamente si deve premere perché tutte le Amministrazioni costruiscano percorsi di assunzione per tutti i lavoratori attualmente non stabilizzabili. In tal modo si favorirà la piena integrazione di tutte le forme di lavoro atipico o a tempo determinato fino ad oggi erroneamente considerate non funzionali alla vita degli Enti, rendendole organiche ai processi produttivi, alle indagini, alle ricerche. In tal modo questi lavoratori saranno liberati dai condizionamenti riflessi, prodotti dalla necessità di sottostare al ricatto ciclico di continue riassunzioni. Contemporaneamente Enti, Scuole ed Università debbono essere obbligati ad assumere unicamente attraverso contratti di lavoro subordinato continuativo a tempo indeterminato.
Sul fronte delle progressioni di carriera occorre contrastare e ribaltare la visione strettamente meritocratica, rivendicando la creazione di percorsi certi per progressioni che siano legate in maniera preponderante all’anzianità di servizio.
Dobbiamo estendere il fronte unico di autoriforma universitaria anche al riordino degli Enti, con un programma condiviso da tutti i lavoratori che possa dare alla ricerca pubblica di base nel nostro paese, maggior assicurazione di autentica democraticità.
LAVORATORI PRECARI DELLA SCUOLA
Nel mese di settembre abbiamo assistito al più grande licenziamento di massa della storia della Repubblica: almeno 25.000 lavoratori precari sono stati espulsi definitivamente dalla scuola. Il Parlamento ha approvato nel mese di novembre un decreto legge sul precariato nella scuola, il cosiddetto “salva precari”, che però non salverà nessuno perché a costo zero. Gli accordi sottoscritti, sempre nella stessa ottica, dal MIUR e da alcune Regioni si sono rivelati un vero e proprio attacco al CCNL: chi ha perso il lavoro è stato chiamato direttamente dai Dirigenti scolastici senza il rispetto di nessuna graduatoria, e assunto temporaneamente senza tutele e senza certezze di retribuzione.
Le 100.000 assunzioni fatte negli ultimi 3 anni non hanno coperto neppure il turn over, gli obiettivi quindi da perseguire sono il ripristino dei posti tagliati sia dal governo Prodi che dal governo Berlusconi – 62.000 docenti e 20.000 ATA – e l’assunzione a tempo indeterminato dei lavoratori precari su tutti i posti disponibili.
POLITICHE SINDACALI EUROPEE
La gravissima situazione che sta travolgendo tutti i settori della conoscenza non può più essere affrontata solamente in una dimensione nazionale: la difesa dell’Istruzione e della Ricerca va vissuta e realizzata in una dimensione europea.
L’ Unione Europea vuole trasformare l’istruzione da diritto costituzionalmente garantito a tutti e a tutte, in un servizio a domanda. Vuole privatizzare Istruzione e Ricerca per sottometterle al modello economico e sociale stabilito dai poteri finanziari mondiali.
Per contrastare la realizzazione di questo progetto, dobbiamo continuare il dialogo con movimenti, associazioni, comitati di insegnanti, genitori e studenti che operano in molti paesi europei e che sono stati l’anima di tutte le azioni di protesta che si sono svolte negli ultimi anni in Italia e in Europa.
In futuro le politiche della FLC in campo europeo, la preparazione e l’organizzazione dei Forum Sociali dell’Educazione dovranno essere oggetto di dibattito e di confronto, per renderle maggiormente condivise. Il maggiore impegno della FLC dovrà però concentrarsi nella costruzione di azioni di lotta, ormai estremamente urgenti, attraverso processi di condivisione democratica che sappiano coinvolgere non solo le altre forze sindacali europee, ma i movimenti sociali di docenti, genitori e studenti di tutti i 27 paesi dell’Unione.
I settori della conoscenza